
Trapianto di cellule beta: dalla teoria alla pratica
Comincerà in autunno, in dieci centri statunitensi ed europei, la
sperimentazione del trapianto di insule di Langherans. Lo ha annunciato il
presidente Clinton in persona, nel corso del convegno di un importante
associazione di afroamericani. Si tratta di un programma di ricerca coordinato
dall'Immune Tolerance Network, un istituto internazionale che si occupa di
studiare le malattie causate dalle reazioni anomale del sistema immunitario. Lo
studio è la conseguenza dei recenti successi ottenuti grazie a questa tecnica
chirurgica; i medici coinvolti, infatti, seguiranno un protocollo messo a punto
da James Shapiro, il ricercatore canadese che ha sviluppato la rivoluzionaria
terapia. La sperimentazione coinvolgerà 40 pazienti diabetici e potrà contare su
un finanziamento di circa 10 miliardi di lire. Sarà l'Istituto San Raffaele di
Milano a rappresentare l'Italia in questa progetto.
Immune Tolerance Network
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Nuova molecola per contrastare il diabete di tipo 1
I medici della Mount Sinai School of Medicine di New York hanno sintetizzato una
molecola in grado di contrastare lo sviluppo del diabete di tipo 1 nei topi. La
molecola, chiamata DEF, disattiva le cellule T, responsabili della distruzione
delle cellule che producono l'insulina. La molecola sembra anche in grado di
riparare i danni subiti da queste cellule, che possono riprendere a produrre
insulina. I medici hanno iniettato la molecola DEF in topi modificati
geneticamente per sviluppare il diabete di tipo 1. I topi non hanno contratto il
diabete e anzi la loro condizione si è capovolta. Le cellule produttrici di
insulina non danneggiate dalle cellule T hanno ripreso la loro produzione. I
medici stanno già lavorando alla sintesi di molecole simili alla DEF e adatte
agli uomini. Se i test di laboratorio dimostreranno che bloccano l'azione delle
cellule T, potranno essere sperimentate sui malati di diabete.
Nature Immunology 2002.
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La vitamina E da una mano al cuore
La vitamina E potrebbe diventare uno dei più validi alleati di chi soffre di
diabete. Questa sostanza, infatti, sembra essere in grado di alleviare i
disturbi della circolazione tipici del diabete di tipo 1. La vitamina E agisce
migliorando la salute dell'endotelio, un sottile strato di cellule che riveste
la parte interna di tutti i vasi sanguigni: se l'endotelio è in buona forma, la
circolazione del sangue è più efficiente. La vitamine E agisce in quanto è un
potente antiossidante: elimina i radicali liberi presenti nel nostro organismo
aiutandoci a prevenire l'aterosclerosi. Questa ultima è all'origine dei disturbi
circolatori osservati in chi soffre di diabete di tipo 1. In una dieta sana,
quindi, non dovrebbero mai mancare le albicocche, l'olio d'oliva e un po' di
frutta secca, alimenti ricchi della benefica sostanza.
Journal of the American College of Cardiology 2000;36:94-102
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La vitamina E aiuta a combattere il diabete
La vitamina E potrebbe essere un valido aiuto per chi soffre di diabete. Secondo
alcuni studi recenti, questa vitamina è in grado di limitare i danni causati
dalla malattia. Le proprietà benefiche della vitamina E sono numerose.
Innanzitutto questa vitamina agisce come antiossidante e protegge le cellule dai
radicali liberi. I radicali liberi sono prodotti di scarto dell'organismo e
danneggiano le cellule. Chi soffre di diabete ha una quantità eccessiva di
radicali liberi, dovuta all'alto livello di glucosio nel sangue. Alti livelli di
radicali liberi sono pericolosi perché possono indurre problemi al cuore o
provocare alcuni tipi di tumore. La vitamina E inibisce anche la produzione di
un particolare enzima, il PCK. Questo enzima è una delle cause dei problemi
vascolari tipici dei diabetici. Anche la sua produzione è provocata
dall'eccessiva quantità di glucosio nel sangue. Infine, la vitamina E riduce il
rischio di problemi cardiaci, uno dei principali effetti collaterali del
diabete, perché diminuisce la dilatazione dei vasi sanguigni del cuore.
Naturalmente, la vitamina E non può sostituire i farmaci che si usano
abitualmente contro il diabete. Può essere però un valido aiuto alla cura,
perché non ha particolari controindicazioni. La vitamina E si trova in natura
nel germe di grano, negli oli vegetali, nella margarina, nel pane integrale e
nelle noccioline.
New York Times Syndicate, 2001
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Una spremuta senza zucchero
La vitamina C non smette mai di stupire. I suoi effetti antiossidanti e
antitumorali sono noti da tempo: un recente studio scientifico ha dimostrato che
questa sostanza potrebbe essere utile anche per prevenire il diabete. Sembra
esistere, infatti, una relazione tra la quantità di vitamina C e il glucosio nel
sangue: quando i livelli di vitamina sono elevati, la glicemia è bassa. Secondo
gli autori della scoperta una dieta in cui prevalgano cibi ricchi di vitamina C
(agrumi, pomodori, cavolfiori) potrebbe essere un'arma molto efficace per
ridurre la diffusione del diabete. Saranno necessari altri studi per confermare
questa teoria. Nel frattempo via libera a spremute d'arancio e succo di
pomodoro: la vitamina C, infatti, è il nostro più importante alleato nella lotta
ai famigerati radicali liberi, responsabili dell'invecchiamento e di molti tipi
di cancro.
Diabetes Care 23:726-732,2000
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La caffeina può predisporre al diabete?
Uno studio olandese suggerisce che bere moderate quantità di caffè può diminuire
la sensibilità all'insulina o rendere più difficile la trasformazione dello
zucchero nel sangue. La diminuzione della sensibilità all'insulina è un fattore
che può predisporre al diabete. Lo studio è stato condotto su 12 persone non
diabetiche, che si sono astenute dal bere caffè per 72 ore. Poi ad alcune è
stata somministrata caffeina, ad altre un placebo. La caffeina ha ridotto del 15
% la sensibilità all'insulina nelle persone del primo gruppo. Questa diminuzione
è comparabile con l'aumento della sensibilità prodotto dai farmaci anti-diabete.
In ogni caso, i dati dello studio sono solo preliminari. È troppo presto quindi
per mettere in guardia i diabetici dal bere caffè. Anche perché lo studio è
stato svolto su persone non diabetiche. Se però i risultati saranno confermati
potrebbero avere importanti implicazioni per le persone con un difficile
controllo del glucosio o con il diabete di tipo 2.
Diabetes Care 2002; 25: 364-369.
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La caffeina diminuisce la sensibilità all'insulina
La caffeina diminuisce la sensibilità all'azione dell'insulina.. Lo ha scoperto
un gruppo di ricercatori olandesi. La caffeina è uno stimolante che facilita il
rilascio degli ormoni dello stress. Questi ormoni sono noti per influenzare
l'azione dell'insulina. Così i medici hanno cercato di capire se la caffeina ha
un effetto dannoso sul metabolismo dello zucchero nel sangue.
A dodici volontari sani sono state somministrate o dosi di caffeina o un
placebo. Poi sono stati misurati i livelli di insulina e di ormone dello stress.
Infine, è stata calcolata la sensibilità all'azione dell'insulina. È risultato
che la caffeina riduce la sensibilità del 15%, aumenta il rilascio di ormone
dello stress e innalza la pressione sanguigna. Nelle persone diabetiche la
riduzione della sensibilità all'insulina può causare un aumento dei livelli di
zucchero nel sangue. I dati di questo studio valgono per le persone non
diabetiche. In futuro bisognerà studiare gli effetti della caffeina anche nei
diabetici.
Diabetes Care 2002 feb; 25 (2): 364-9.
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Il diabete non influenza il rendimento scolastico
Avere il diabete di tipo 1 non influenza l'andamento scolastico, lo testimonia
una ricerca della University of Iowa. Le variazioni croniche nei livelli di
glucosio, tipiche del diabete di tipo 1, sono spesso state associate a problemi
di memoria e di capacità verbale. Ma non si sapeva con certezza quali specifiche
capacità erano intaccate e se questo comprometteva l'andamento scolastico dei
bambini diabetici. Il nuovo studio mostra che i bambini diabetici hanno, in
alcuni test scolastici standard, gli stessi risultati, se non migliori, dei loro
compagni. Simili sono anche le valutazioni in matematica e nella capacità di
lettura.
I bambini diabetici hanno più giorni di assenza e hanno maggiori problemi
comportamentali rispetto agli altri, ma questo non influisce più di tanto sui
risultati scolastici. I bambini diabetici che hanno un migliore controllo
glicemico sono risultati anche più bravi a scuola rispetto a quelli che hanno un
minore controllo glicemico. Secondo i ricercatori, questo potrebbe voler dire
che i bambini coi risultati più brillanti sono maggiormente in grado di tenere
sotto controllo il proprio glucosio. I bambini diabetici che hanno partecipato
allo studio erano sottoposti alla normale terapia, che prevede due iniezioni di
insulina al giorno. I bambini che seguano una terapia più intensiva, con tre
iniezioni al giorno, sono più soggetti a sbalzi glicemici e questo può avere un
maggiore impatto sul loro rendimento scolastico. Questi bambini devono essere
tenuti maggiormente sotto controllo per assicurarsi che il loro apprendimento
non sia limitato dalla malattia.
Pediatrics 2002; 109.
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Insulina: un sospiro di sollievo
Tra non molto assumere l'insulina sarà facile come respirare. È in fase di
sperimentazione sull'uomo un nuovo sistema per somministrare l'ormone in forma
di spray. Si tratta di un dosatore simile a quello usato per i farmaci antiasma,
che consentirà di spruzzare l'insulina direttamente nel cavo orale. Le sottili
mucose della bocca o le pareti dei nostri polmoni, infatti, sono in gradi di
assorbire il farmaco in modo molto efficace. Questo sistema non potrà sostituire
del tutto le normali iniezioni di insulina, ma potrà ridurne il numero,
aumentando la qualità della vita di chi soffre di diabete. Le iniezioni, quindi,
restano ancora il sistema più veloce e preciso per somministrare l'insulina. Non
sono ancora chiari, inoltre, i possibili effetti secondari che l'ormone potrebbe
avere sulle cellule dei polmoni.
WebMD
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Un trapianto ridà vita al pancreas
Il sogno di tutti i diabetologi potrebbe essersi avverato: un gruppo di
ricercatori canadesi è riuscito a trapiantare con successo insule di Langherhans
prelevate da donatori in un piccolo gruppo di pazienti diabetici. Da 14 mesi, 4
degli 8 soggetti che si sono sottoposti all'operazione hanno abbandonato
completamente le iniezioni di insulina e sono in perfetta salute. Le cellule
alfa trapiantate, infatti, hanno cominciato subito a secernere l'ormone che
regola la glicemia, trasformando i 4 diabetici in soggetti assolutamente sani.
Da anni i ricercatori di tutto il mondo sperimentano senza successo tecniche di
trapianto delle insule di Langherhans. Il motivo dei fallimenti precedenti va
cercato nei farmaci immunosoppressori utilizzati per evitare il rigetto; queste
molecole come effetto secondario provocavano la morte delle cellule impiantate.
La tecnica canadese, invece, si basa su una nuova combinazione di tre farmaci
che sembra essere efficace e ben tollerata. Inoltre, per aumentare le
probabilità dei sopravvivenza delle cellule, se n'è trapiantato un numero molto
più elevato dei casi precedenti. Nonostante l'entusiasmo dimostrato dagli
autori, occorrerà verificare gli effetti a lungo termine di questo tipo di
tecnica; i primi risultati, tuttavia, sembrano davvero promettenti.
Meeting annuale dell'American Society of Transplant Surgeons
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La saccarina non è più cancerogena
La saccarina non è più nella lista delle sostanze ritenute cancerogene per
l'uomo; la decisione è stata presa dalle autorità sanitarie statunitensi e
pubblicata nel National Toxicology Report on Carcinogens. Gli studi effettuati
negli ultimi tre anni, infatti, sembrano scagionare questo dolcificante
dall'accusa di essere un fattore di rischio per il tumore. Potrebbe essere il
termine di una storia molto lunga. Più di venti anni fa una ricerca provò che la
saccarina aumentava le probabilità di sviluppare il tumore alla vescica nei topi
da laboratorio; il sospetto che la sostanza potesse avere lo stesso effetto
anche sull'uomo spinse il governo degli Stati Uniti a rendere obbligatoria la
presenza, sulle confezioni di prodotti a base di saccarina, della dicitura "può
essere pericoloso per la salute". Alcune associazioni di consumatori del Nord
America, tuttavia, si oppongono alla "liberalizzazione" della saccarina. La
scienza ha provato che non c'è rischio per la vescica dell'uomo; tuttavia,
alcuni studi hanno di recente dimostrato che il dolcificante è un fattore di
rischio per tumori che colpiscono anche altri tipi di organo dei topi. Sarà
necessario verificare se questi rischi interessino anche l'uomo.
9th National Toxicology Report on Carcinogens
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I cereali prevengono il diabete
I cereali integrali limitano il rischio di diabete e di problemi cardiaci negli
adulti. E, secondo uno studio dell'Università del Minnesota, hanno lo steso
effetto anche sui bambini. I bambini che mangiano cereali sono generalmente più
magri e sono più sensibili all'azione dell'insulina. L'obesità e la resistenza
all'insulina sono due fattori che possono provocare sia il diabete che problemi
al cuore. Sono stati analizzati 285 bambini dell'età media di 13 anni. I medici
hanno misurato l'altezza, il peso e lo spessore delle pieghe della pelle dei
ragazzi. Poi hanno chiesto loro di descrivere le loro abitudini alimentari e
l'attività fisica svolta. Hanno anche calcolato come metabolizzavano lo
zucchero. I ragazzi che mangiavo quantità maggiori di cereali integrali erano in
media più magri. Mangiavo anche più frutta e verdura e meno carne e facevano più
attività fisica rispetto agli altri ragazzi.
Inoltre, maggiore era la quantità di cereali mangiata, maggiore era la
sensibilità all'insulina e minori i rischi che correvano di sviluppare il
diabete. Tra i cereali, i preferiti dai ragazzi sono risultati l'avena, il riso
grezzo, la crusca, il germe di grano e quelli presenti nel pane nero.
American Heart Association's 2001 Scientific Sessions.
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Grazie al gene il fegato produce insulina
Una terapia genica potrebbe rendere le iniezioni di insulina solo un ricordo per
chi soffre di diabete. Un gruppo di ricercatori israeliani, infatti, ha messo a
punto una tecnica in grado di indurre il fegato a sintetizzare questo ormone. In
soggetti sani l'insulina è prodotta da gruppi di cellule specializzate del
pancreas; queste non sono presenti in chi soffre di diabete del tipo 1. Il gene
dell'insulina, tuttavia, è presente in tutte le cellule dell'organismo: esso
deve semplicemente essere attivato da un altro gene detto PDX-1. I ricercatori
israeliani hanno inserito il PDX-1 nel fegato di alcuni topi diabetici,
utilizzando come vettore un virus inattivato. L'organo dei roditori ha
cominciato a sintetizzare insulina, abbassando rapidamente i livelli di glucosio
nel sangue degli animali. I risultati dell'esperimento sono molto incoraggianti;
secondo gli autori della scoperta le probabilità che la stessa tecnica sia
applicabile all'uomo sono davvero alte.
Nature Medicine 2000;6:505-506.
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Gli interferoni proteggono le cellule beta
Il diabete di tipo 1 in alcuni casi può essere causato da enterovirus. Ad
esempio, l'enterovirus coxsackievirus B4 (CVB4) distrugge le beta cellule del
pancreas, produttrici di insulina. Fino ad ora si sapeva poco di come le cellule
beta si proteggono dalle infezioni virali. Ora uno studio americano sostiene che
le beta cellule si difendono dai virus grazie agli interferoni. Gli interferoni
sono proteine modulatrici della risposta immunitaria. I ricercatori hanno
iniettato a un gruppo di topi il CVB4, bloccando la normale produzione di
interferoni. Le beta cellule sono state distrutte. Di conseguenza i topi hanno
sviluppato una forma di diabete simile a quella causata negli uomini da
enterovirus. Le beta cellule, dunque, sembrano possedere in sé una difesa alla
propria distruzione.
Studiando i meccanismi con cui gli interferoni stimolano le beta cellule a
difendersi, si potrà forse sviluppare una terapia antivirale per prevenire il
diabete di tipo 1. Lo studio è importante anche perché mostra come un'infezione
virale possa interagire con il sistema immunitario, causando una malattia
autoimmune.
Nature Immunology advance online publication 2002
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Scoperta una proteina in grado di arrestare la progressione
del diabete
Alcuni ricercatori israeliani hanno sperimentato una terapia che sembra in grado
di arrestare l'avanzamento del diabete di tipo 1. Hanno infatti sviluppato una
proteina che ferma la distruzione da parte del sistema immunitario delle cellule
che producono l'insulina. La proteina si chiama DiaPep277. I ricercatori sono
giunti a questa conclusione dopo aver analizzato un gruppo di 35 persone cui era
stato recentemente diagnosticato il diabete. Alcune sono state trattate con la
DiaPep277, altre con un placebo. Dopo 10 mesi, nei pazienti che avevano ricevuto
la DiaPep277, i livelli della proteina c-peptide si erano mantenuti alti. Questa
proteina indica che vi è un'adeguata produzione di insulina. Inoltre, questi
pazienti avevano bisogno di una quantità minore di insulina. Nei pazienti che
avevano ricevuto il placebo, invece, i livelli di c-peptide erano diminuiti. Ciò
significa che la DiaPep277 mantiene la produzione di insulina. Inoltre, può
diminuire la dipendenza dall'insulina nelle persone a cui il diabete è stato
diagnosticato da tempo. Anche se la terapia non può ricostruire le cellule
distrutte, se iniziata per tempo potrebbe prevenire il diabete. In più non vi
sono stati effetti collaterali. I medici sostengono che la scoperta della
proteina DiaPep277 sia un progresso nello studio della cura del diabete. Questo
perché il suo bersaglio è la malattia e non i suoi sintomi.
The Lancet 2001; 358.
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Trapianti di cellule di maiale contro il diabete?
In Messico sono stati effettuati trapianti di cellule pancreatiche da maialini a
esseri umani. Questa tecnica è detta xenotrapianto, e consiste nel trapianto di
tessuti o organi da un organismo a un altro di specie diversa. Lo xenotrapianto
è molto discusso ed è vietato in molti paesi. Il trapianto effettuato in Messico
ha riguardato 12 diabetici tra i 10 e i 15 anni. I risultati sono stati
sorprendenti. Due ragazze, di 14 e 15, dopo il trapianto, hanno smesso
completamente di prendere insulina. Tre pazienti hanno ridotto del 40%
l'insulina e altri otto hanno avuto piccoli miglioramenti. La particolare
combinazione di tessuti di maialini appositamente allevati ha evitato l'uso dei
farmaci che si prendono per evitare crisi di rigetto. Alcuni medici hanno
considerato questo intervento un'importante svolta nell'ambito della cura al
diabete. Altri, invece, sostengono che la tecnica andrebbe sperimentata più a
lungo sugli animali. Il pericolo maggiore è la trasmissione all'uomo di un
virus, detto retrovirus, tipico dei maiali.
International Xenotransplantation Association Congress 2001.
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Identificato nei topi il gene del diabete di tipo 1
I ricercatori dell'Australian National University di Canberra hanno individuato
un gene responsabile del diabete di tipo 1 nei topi. Analoghi studi precedenti
avevano dimostrato che il diabete di tipo 1 ha origini genetiche. Questo studio
dimostra che vi è un solo gene che regola la predisposizione al diabete. I
medici australiani sono arrivati alla scoperta mentre stavano studiando il
processo attraverso il quale il diabete di tipo 1 porta l'organismo a
distruggere le cellule che producono insulina. Queste cellule, dette Isole di
Langerhans, si trovano nel pancreas.Questa scoperta aiuterà a identificare le
persone che sono geneticamente predisposte al diabete. In questo modo, sarà più
semplice diagnosticare e prevenire il diabete. Inoltre, si potrà ricercare un
vaccino in grado di stimolare una risposta immunitaria nelle persone a rischio.
Proc. Natl. Acad Sci USA 2001 Sep 25; 98 (20): 11533-8
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Una sostanza contenuta nel pepe potrebbe curare il diabete
La capsaicina è una sostanza contenuta nel pepe nero. Secondo una ricerca
condotta in Giamaica, potrebbe essere utilizzata nella cura del diabete. Sembra
infatti in grado di abbassare i livelli di zucchero nel sangue. Lo studio è
stato condotto su un gruppo di cani. Dopo due ore dalla somministrazione della
capsaicina i livelli di zucchero nel sangue dei cani a cui era stata data erano
decisamente più bassi rispetto a quelli cui non era stata data. E i livelli
dell'insulina erano più alti. I ricercatori non sanno ancora se la capsaicina
aumenti il rilascio dell'insulina o ne diminuisca la perdita. Il pepe è un
rimedio utilizzato dai guaritori tradizionali giamaicani, ma la capsaicina da
sola non era mai stata testata prima d'ora.
Phytotherapy Research 2001, 15: 391-394
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Un nuovo preparato potrebbe prevenire o curare il diabete di
tipo 1
Due diversi gruppi di ricercatori hanno identificato un preparato che potrebbe
prevenire il diabete di tipo 1. Si chiama alfa-galactosilceramide (GalCer) ed è
estratto dalle spugne marine. Il preparato sembra in grado di stimolare la
produzione di particolari proteine, che prevengono la distruzione delle cellule
che producono l'insulina. Il primo studio è stato effettuato in Canada. Il
preparato alfa-GalCer è stato somministrato a topi non obesi. L'alfa-GalCer ha
impedito che i topi sviluppassero il diabete e ha prolungato la sopravvivenza
delle isole di Langerhans che erano state trapiantate in alcuni topi diabetici.
Le isole di Langerhans sono cellule del pancreas che producono insulina. I
risultati fanno ipotizzare che il preparato possa essere utilizzato per
prevenire l'insorgenza del diabete di tipo 1 negli esseri umani o per evitare
una ricaduta nella malattia. La seconda ricerca sul preparato è stata realizzata
negli Stati Uniti. L'alfa-GalCer è stato somministrato a topi che erano
geneticamente predisposti a sviluppare il diabete. Solo un numero di topi tra il
10% e il 20% ha sviluppato il diabete. Normalmente il diabete avrebbe colpito il
90% dei topi.
Questo potrebbe voler dire che si potrebbe iniziare una cura prima che si
manifestino i sintomi più fastidiosi del diabete. O anche che chi è
geneticamente a rischio diabete può essere curato. Il preparato alfa-GalCer è
stato originariamente utilizzato in studi sulla cura del cancro. Alcuni test
preliminari, condotti su pazienti con il cancro del colon-retto, hanno
dimostrato che l'alfa-GalCer è sicuro. Ma prima che sia certo che abbia effetto
sugli uomini e prima che sia somministrato a pazienti diabetici occorreranno
ulteriori studi.
Nature Medicine 2001; 7: 1052-1062.
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Una proteina contro la retinopatia
Una proteina prodotta dalle cellule del sistema immunitario dell'uomo potrebbe
diventare il nuovo farmaco contro la retinopatia diabetica. Si tratta della BPI
(Bactericidal Permeability Increasing Protein), una molecola che i granulociti
producono per uccidere i batteri che attaccano l'organismo. I ricercatori del
Joslin Center di Boston (Stati Uniti) hanno scoperto che la BPI è capace di
inibire la crescita indiscriminata dei capillari sulla retina, tipica della
retinopatia diabetica. Inoltre, la proteina è capace di stimolare la crescita
dei periciti: questi sono importanti cellule che contribuiscono alla salute dei
capillari nella retina. Nel diabete mal controllato i periciti scompaiono
rapidamente, facilitando l'insorgenza della retinopatia. È la prima volta che si
riesce a stimolare la ricrescita di queste cellule. Finora l'uso della BPI è
stato sperimentato con successo in vitro (dove ha dimostrato un'efficacia del
100%) e su topi da laboratorio (efficacia del 40%).
Association for Research in Vision and Ophthalmology
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Frequentare l'asilo nido riduce il rischio diabete
I bambini che frequentano l'asilo nido entrano in contatto con migliaia di
germi. Questo però non li rende più esposti al diabete di tipo 1. Anzi, secondo
alcuni ricercatori canadesi, hanno il 40% di possibilità in meno di contrarlo. I
ricercatori hanno analizzato 11 studi, che hanno coinvolto più di 1550 bambini
con il diabete e circa 4700 senza. La spiegazione starebbe nel fatto che essere
esposti a molti germi rinforza il sistema immunitario. Il diabete di tipo 1 è
una malattia autoimmune, per la quale il sistema immunitario distrugge le
cellule pancreatiche. Qui viene prodotta l'insulina. Il perché questo accada non
è ancora chiaro. Potrebbe essere colpa di alcuni agenti infettivi che
danneggiano il sistema immunitario e lo portano a non funzionare a dovere.
I medici canadesi sono molto cauti. Sostengono che bisogna approfondire
ulteriormente le ricerche. Ma questi primi risultati rassicurano i genitori sul
fatto che che mandare i propri figli all'asilo nido non aumenta la possibilità
di sviluppare il diabete di tipo 1.
Diabetes Care 2001; 24: 1353-1358.
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Latte e diabete
I medici da tempo discutono se sia meglio il latte materno o il latte in polvere
derivato da quello vaccino.
Un recente studio finlandese sostiene che il latte in polvere aumenti la
possibilità di sviluppare il diabete di tipo 1. Questo accade nei bambini
geneticamente predisposti. Il latte di mucca, infatti, aiuterebbe a sviluppare
proteine che sono associate al diabete di tipo 1. Sembra anche che il diabete di
tipo 1 sia meno diffuso tra chi è stato allattato al seno per lungo tempo.
Ancora, sembra che bere almeno tre bicchieri di latte di mucca al giorno aumenti
il rischio di diabete tra i bambini con un fratello o una sorella diabetici.
Altri studi però non hanno rilevato particolari differenze fra i due tipi di
latte.Per trovare una risposta definitiva sarà presto varata una nuova ricerca
su 3000 bambini di 17 paesi diversi. Comunque i medici consigliano le mamme di
allattare al seno il più a lungo possibile, almeno fino a un anno. O almeno di
evitare il latte in polvere derivato dal latte di mucca per i primi 6/8 mesi.
Sembra certo che il latte materno rafforzi il sistema immunitario dei bambini.
In più, allontana i rischi di infezioni all'intestino e alcune malattie della
pelle tipiche dei neonati.
American Diabetes Association 2001
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La terapia ormonale sostituiva è utile anche per il diabete
Sembra che la terapia ormonale sostitutiva possa aiutare le donne diabetiche in
menopausa a stabilizzare lo zucchero nel sangue. Così sarebbe più facile per
loro tenere sotto controllo la malattia nel lungo periodo. Lo afferma una
ricerca americana condotta su 15000 donne. Il gruppo era eterogeneo: il 65%
erano donne non ispaniche bianche, il 14% non ispaniche nere, il 12% ispaniche,
l'11% asiatiche. L'età media era di 65 anni. Le donne sottoposte alla terapia
ormonale sostitutiva avevano livelli di HbA1c decisamente più bassi rispetto
alle altre. L'HbA1c, o emoglobina glicosilata, è un indice del livello di
zucchero nel sangue.
Le donne diabetiche durante la menopausa subiscono dei mutamenti nei livelli di
ormoni, compresa l'insulina. Studi precedenti avevano già ipotizzato che la
terapia ormonale sostitutiva, specie a base di estrogeni, potesse migliorare il
controllo dello zucchero nel sangue. I ricercatori sostengono che serviranno
ulteriori studi per confermare queste ipotesi.
Diabetes Care 2001, 24
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Cellule trasformiste antidiabete
Una tecnica rivoluzionaria basata sulla terapia genica potrebbe aiutare a
sconfiggere il diabete. L'idea sulla quale si basa questo sistema è semplice ma
geniale: le cellule beta non secernono più insulina? Allora costringiamo altre
cellule del nostro organismo a produrre l'ormone. Il gruppo di ricercatori
canadesi che ha ideato la tecnica ha scelto come bersaglio le cellule K
dell'intestino: queste sono specializzate nella produzione di Peptide Inibitore
Gastrico (GIP), un ormone che segnala al pancreas quando occorre sintetizzare
insulina. In pratica si è riusciti a sostituire in queste cellule il gene del
GIP con quello dell'insulina; l'esperimento è stato effettuato sui topi,
iniettando il gene dell'insulina nei precursori embrionali delle cellule K. I
topi adulti trattati in questo modo, pur privati artificialmente delle cellule
beta, non sono diventati diabetici. Le cellule K modificate hanno sostituito
egregiamente il pancreas nella regolazione della glicemia.
Science 2000;290:1959-1962
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Un nuovo test per la prevenzione
Per prevenire con efficacia le complicanze del diabete è molto importante
individuare al più presto possibile i soggetti a rischio, in modo da iniziare
tempestivamente le specifiche terapie. Un nuovo test, basato su un semplice
prelievo di sangue, renderà molto più semplice questa selezione. Il sistema
rivela rapidamente quale delle tre forme di una proteina del sangue (detta
aptoglobina) si possiede; si tratta di una caratteristica determinata
geneticamente che influenza la nostra predisposizione alle complicanze del
diabete. Gli studiosi hanno scoperto che i portatori della più piccola tra le
forma di aptoglobina sono soggetti meno sensibili agli "effetti secondari" del
diabete. Alla base di tutte queste patologie, infatti, c'è l'aumento della
quantità di radicali liberi presenti nel nostro organismo in seguito
all'iperglicemia. L'aptoglobina è una delle molecole che servono a tenere sotto
controllo i radicali liberi: la forma più piccola di questa proteina è quella
che svolge con più efficacia il suo compito. In soggetti sani il fatto di
possedere una delle due forme di aptoglobina meno efficienti non causa
particolari problemi. Nei diabetici, invece, già soggetti a elevati livelli di
radicali liberi a causa dell'iperglicemia, un'aptoglobina "pigra" può essere
molto pericolosa.
JAMA 2000, vol 284, n 10.
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Meglio la mamma della mucca
Bere latte di mucca durante la prima infanzia aumenterebbe il rischio di
ammalarsi di diabete di tipo 1 nei soggetti geneticamente predisposti. Una
ricerca dell'Università di Helsinki ha dimostrato, infatti, che i bambini
nutriti con latte di mucca svilupperebbero una risposta immunitaria contro
l'insulina bovina; questa reazione potrebbe essere il primo passo verso la
distruzione delle cellule beta ad opera delle difese dell'organismo, causa del
diabete insulino dipendente. Lo studio ha preso in considerazione un gruppo di
neonati figli di diabetici e per questo geneticamente predisposti alla malattia.
I bambini allattati al seno o nutriti con latte artificiale di origine non
bovina non hanno sviluppato la resistenza all'insulina. Nei piccoli nutriti
esclusivamente con latte bovino, invece, è aumentato il numero di un tipo di
cellule del sistema immunitario (cellule T) prodotte dall'organismo per
attaccare in maniera specifica l'insulina. È ancora presto per trarre delle
conclusioni sulla pericolosità di un'esposizione precoce al latte bovino;
tuttavia, visti i numerosi benefici dell'allattamento al seno, è preferibile
utilizzare (quando possibile) questo tipo di alimentazione infantile.
Diabetes 2000;49:1657-1665
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Cellule corazzate per un trapianto di successo
Uno dei maggiori inconvenienti che si incontrano nel trapianto di cellule beta è
la reazione del sistema immunitario: questo attacca e distrugge le nuove
cellule, rendendo vani gli sforzi dei medici. Una tecnica innovativa sviluppata
da un gruppo di ricercatori israeliani sembra essere in grado di rendere le
cellule beta praticamente inattacabili dalle difese dell'ospite, aumentando le
probabilità di successo del trapianto. In pratica si fornisce ciascuna cellula
di una microscopica armatura, costituta da un polimero poroso; questo
rivestimento permette alla cellula di sopravvivere normalmente, ma impedisce
agli anticorpi di attaccarla. Tuttavia le citochine, un altro tipo di molecole
prodotte dal sistema immunitario, riescono a superare la barriera porosa,
raggiungendo la cellula e uccidendola. Gli scienziati israeliani sono riusciti a
raggirare anche questo inconveniente, inserendo nelle cellule beta alcuni geni
di origine virale in grado di contrastare l'azione delle citochine. L'utilizzo
di cellule beta così modificate si è rivelato efficace nei topi di laboratorio;
occorrerà ora dimostrare se tale tecnica sia utilizzabile anche sull'uomo.
Sackler School of Medicine, Tel Aviv University.
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Reni sani con il pesce
Chi soffre di diabete insulinodipendente dovrebbe mangiare tanto pesce. Secondo
una ricerca svedese un'alimentazione ricca di pesce fa bene soprattutto ai reni.
Nella tipica dieta dei paesi occidentali abbondano le proteine animali: queste
costringono i reni ad un super lavoro. Le proteine di trote, sogliole e
branzini, invece, sono assimilate senza affaticare questi organi. In tal modo si
riduce il rischio di sviluppare la nefropatia diabetica, una delle complicanze
più temute. Secondo gli studiosi scandinavi è sufficiente mangiare almeno 53 g
di pesce ogni giorno per diminuire il rischio di albuminuria. Questo è molto
importante perché la presenza di albumina nelle urine è il segnale d'allarme che
i nostri reni ci mandano per segnalare la loro sofferenza.
Diabetes Care 2001:24
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Cellule staminali per curare il diabete
Sono state prodotte in laboratorio isole di Langerhans perfettamente funzionanti
usando cellule staminali prelevate da embrioni di topo. Le cellule staminali
sono capaci, se stimolate correttamente, di trasformarsi in qualunque cellula
del corpo umano. Gli autori di questo esperimento sono riusciti a trasformarle
in cellule beta e in tutti gli alti tipi cellulari presenti nelle insule del
pancreas. Le cellule si sono spontaneamente unite a formare la tipica struttura
tridimensionale delle insule di Langerhans. Gli scienziati hanno trapiantato
queste insule artificiali in alcuni topi diabetici. Il trapianto è riuscito
perfettamente, ma non ha permesso di guarire del tutto i roditori. La quantità
di insulina prodotta dalle cellule trapiantate si è rivelata troppo bassa. Le
prossime tappe della sperimentazione avranno lo scopo di trovare un modo per
stimolare la produzione dell'ormone.
Sciencexpress April 26, 2001
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Aumentano le fibre, diminuisce l'insulina
Una dieta ricca di fibre potrebbe aiutare le donne insulinodipendenti durate la
gravidanza. Mangiare molta frutta, verdura e cibi integrali, infatti, rende più
facile il controllo della glicemia. Le fibre alimentari hanno la capacità di
ridurre il bisogno di insulina. Sono sufficienti 20 grammi di fibra al giorno
per ridurre la dose quotidiana di insulina del 17%. Non è ancora chiaro il
meccanismo di azione delle fibre sull'organismo delle donne in gravidanza. È
probabile che queste sostanze aumentino la produzione di importanti proteine
coinvolte nel metabolismo del glucosio. In questo modo le fibre aiutano a
ridurre il rischio di iperglicemia. L'eccesso di glucosio nel sangue durante la
gravidanza è particolarmente pericoloso: aumenta il rischio di aborto, di parto
precoce e di malformazioni nel nascituro. Per questo motivo il consumo di fibre
è sicuramente da consigliare alle future madri, considerati anche gli altri
effetti benefici di queste sostanze sulla salute.
Journal of the American Dietetic Association 2001;101.
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Una formula matematica contro il diabete
Una formula matematica può aiutare a diagnosticare il rischio di soffrire di
diabete. Secondo alcuni medici può sostituire il test di tolleranza al glucosio.
Questo è il sistema finora utilizzato per stabilire chi è a rischio di
sviluppare il diabete. Al paziente viene fatta bere una sostanza molto dolce,
per vedere come il corpo reagisce all'aumento di zuccheri. La formula matematica
combina i dati sui fattori di rischio del diabete e quelli sulla salute della
persona. I fattori di rischio riconosciuti sono: età, sesso, gruppo etnico di
appartenenza, storia clinica, livelli di pressione sanguigna, corporatura, tasso
di colesterolo. Questo sistema è stato applicato su circa tremila persone
edè risultato molto efficace. Identificare le persone a rischio è molto
importante. La condizione di "pre-diabete" è molto diffusa. Interessa ben 16
milioni di americani. Per prevenire il diabete di tipo 2 spesso basta solo
mangiare in maniera più sana e fare un po' di movimento.
Annals of Internal Medicine 2002, April 16.
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La crusca di riso aiuta a tenere sotto controllo il glucosio
Secondo una ricerca americana, una dieta a base di derivati dalla crusca di riso
può aiutare a tenere sotto controllo i livelli di glucosio. I medici che hanno
condotto lo studio hanno nutrito 57 diabetici con alimenti derivati dalla crusca
di riso per 60 giorni. I pazienti soffrivano sia di diabete di tipo 1, sia di
diabete di tipo 2. Tra gli alimenti vi erano, ad esempio, la crusca solubile e
la fibra di crusca. Quattro dei partecipanti hanno potuto ridurre del 30-60% le
loro dosi quotidiane di farmaci contro l'iperglicemia. E tutti hanno mantenuto
livelli di zucchero più bassi rispetto a quelli del gruppo di controllo. I
medici, vista la breve durata dello studio, ritengono molto buoni questi
risultati.
J. Nutr. Biochem. 2002 Mar; 13 (3): 175-187.
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Nuova molecola per contrastare il diabete di tipo 1
I medici della Mount Sinai School of Medicine di New York hanno sintetizzato una
molecola in grado di contrastare lo sviluppo del diabete di tipo 1 nei topi. La
molecola, chiamata DEF, disattiva le cellule T, responsabili della distruzione
delle cellule che producono l'insulina. La molecola sembra anche in grado di
riparare i danni subiti da queste cellule, che possono riprendere a produrre
insulina. I medici hanno iniettato la molecola DEF in topi modificati
geneticamente per sviluppare il diabete di tipo 1. I topi non hanno contratto il
diabete e anzi la loro condizione si è capovolta. Le cellule produttrici di
insulina non danneggiate dalle cellule T hanno ripreso la loro produzione.I
medici stanno già lavorando alla sintesi di molecole simili alla DEF e adatte
agli uomini. Se i test di laboratorio dimostreranno che bloccano l'azione delle
cellule T, potranno essere sperimentate sui malati di diabete.
Nature Immunology 2002.